Illustrazione di stelle cadenti con scie gialle su fondo scuro

Gianni Rodari e la psicologia del gioco immaginativo

Cosa succede nella mente quando inventiamo una storia? Quando una nuvola diventa un elefante, o una parola si trasforma in qualcosa di completamente diverso da ciò che “dovrebbe” essere? È proprio in questo spazio, tra regola e libertà, tra logica e fantasia, che si muove l’opera di Gianni Rodari, autore che ha fatto del gioco immaginativo una vera e propria palestra per la mente.

Rodari non scriveva semplicemente per bambini: scriveva all’anima, in tutte le sue età. La sua intuizione più profonda, oggi confermata anche dalla psicologia cognitiva, è che la fantasia non sia un’evasione dalla realtà, ma uno strumento per comprenderla meglio. E soprattutto, per reinventarla.

Nella prospettiva psicologica, il gioco non è mai solo gioco. È uno spazio protetto in cui la mente può sperimentare senza conseguenze reali. Rodari lo aveva capito benissimo: nelle sue filastrocche e nei suoi racconti, tutto può essere ribaltato, combinato, reinventato.

Pensiamo al celebre “binomio fantastico”, una delle tecniche proposte nella sua Grammatica della fantasia: accostare due parole lontane tra loro, ad esempio “cane” e “armadio”, e lasciare che da quell’incontro nasca una storia.

Questo semplice esercizio attiva processi fondamentali come la flessibilità cognitiva, la capacità di creare connessioni nuove e l’apertura all’imprevisto. Dal punto di vista psicologico, è un allenamento prezioso: insegna alla mente a non irrigidirsi, a tollerare l’assurdo, a trovare senso anche dove apparentemente non c’è.

Un altro aspetto centrale in Rodari è il valore dell’errore. Dove la scuola tradizionale tende a correggere, lui invita a esplorare. Un errore grammaticale può diventare l’inizio di una storia, uno scivolone linguistico può aprire un mondo. Questa idea è sorprendentemente moderna: oggi sappiamo che l’apprendimento più profondo avviene proprio quando ci permettiamo di sbagliare. L’errore non è una deviazione, ma un passaggio creativo. In termini psicologici, Rodari ci aiuta a sviluppare una relazione più sana con il fallimento: meno giudizio, più curiosità. E questo vale tanto per i bambini quanto per gli adulti, spesso prigionieri di schemi mentali rigidi e di una paura eccessiva di “non fare giusto”.

La lingua che libera

Qui entrano in gioco due autori perfettamente in sintonia con Rodari: Fosco Maraini, insieme a Dario Fo, entrambi esploratori radicali del linguaggio.

Nella sua opera Gnòsi delle Fànfole, Maraini costruisce poesie in una lingua inventata, fatta di suoni, ritmi e parole inesistenti, eppure sorprendentemente comprensibili a livello emotivo. Leggere le “fanfole” è un’esperienza curiosa: la mente cerca significati, si orienta tra suoni familiari e sconosciuti, e finisce per sentire il testo più che capirlo razionalmente.

Allo stesso modo, il grammelot di Fo, una lingua teatrale fatta di suoni e inflessioni, funziona in maniera simile: rompe la struttura tradizionale del linguaggio per attivare una comprensione più corporea ed emotiva.

Questo tipo di linguaggio agisce a un livello pre-logico, quasi corporeo. Ci ricorda che il significato non passa solo attraverso la semantica, ma anche attraverso il ritmo, l’intonazione, l’associazione libera.

Rodari, Maraini e Fo, in modi diversi, ci mostrano che la lingua non è solo uno strumento per descrivere il mondo, ma anche per trasformarlo. E che, a volte, per pensare meglio bisogna saper “disimparare” le regole.

Ridiamo quando qualcosa rompe le nostre aspettative, quando la logica si piega, quando il senso si sposta. In psicologia, questo è legato al meccanismo dell’incongruenza: il cervello si aspetta una cosa e ne riceve un’altra, e in quel cortocircuito nasce il riso. Ma non è solo divertimento: è anche un modo per allentare tensioni, per vedere la realtà da un’altra prospettiva, per ridurre la rigidità mentale. In questo senso, il comico è profondamente terapeutico.

Immaginare per esistere

C’è un filo che unisce questi autori: l’idea che immaginare sia un atto fondamentale dell’essere umano. Non un lusso, ma una necessità. Quando inventiamo storie, giochiamo con le parole o ridiamo di un’assurdità, stiamo facendo qualcosa di molto serio: stiamo costruendo significato, esplorando possibilità, allenando la nostra libertà.

In un mondo che spesso richiede efficienza, precisione e controllo, il gioco immaginativo diventa dunque uno spazio di resistenza. Un luogo in cui la mente può respirare, deviare, sorprendersi. Rodari lo sapeva bene: per questo le sue storie non insegnano cosa pensare, ma come pensare. Non offrono risposte, ma aprono domande.

Forse il loro contributo più importante, in ottica clinica, è aver restituito dignità alla leggerezza. Non come superficialità, ma come capacità di non restare schiacciati dal peso del reale. Di prenderlo, ogni tanto, “per il naso” e guardarlo da un’altra angolazione.

In fondo, il gioco immaginativo è un esercizio di libertà mentale. E come tutti gli esercizi, ha bisogno di essere praticato, magari partendo da qualcosa di semplice: una parola sbagliata, una storia improbabile, una frase senza senso. O una filastrocca che non vuole insegnare niente, se non il piacere di pensare.

Bibliografia

  • Rodari, G. (1973). Grammatica della fantasia. Torino: Einaudi.
  • Rodari, G. (1962). Favole al telefono. Torino: Einaudi.
  • Maraini, F. (1978). Gnòsi delle Fànfole. Milano: Leonardo.
  • Fo, D. (1997). Manuale minimo dell’attore. Torino: Einaudi.
  • Bruner, J. (1986). Actual Minds, Possible Worlds. Cambridge, MA: Harvard University Press.
Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com