“Penso, dunque sono.” Con questa celebre affermazione, René Descartes, meglio conosciuto come Cartesio, ha consegnato alla modernità una delle formule più importanti della storia del pensiero occidentale. Nel tentativo di trovare una certezza assoluta da cui partire, Cartesio individuò nel pensiero il fondamento dell’esistenza: posso dubitare di ciò che vedo, di ciò che sento, persino di ciò che credo, ma non posso dubitare del fatto che sto pensando.
È una svolta fondamentale. La ragione diventa uno degli strumenti privilegiati attraverso cui l’essere umano occidentale cerca di conoscere sé stesso e il mondo. Da allora, il progresso scientifico ci ha permesso di comprendere e trasformare la realtà in modi straordinari. Abbiamo imparato a conoscere il funzionamento del corpo, del cervello, delle emozioni e delle relazioni con una precisione che un tempo sarebbe sembrata impensabile.
Eppure, forse proprio qui nasce una domanda. Siamo davvero soltanto ciò che possiamo pensare, osservare e misurare?
Possiamo osservare cosa accade nel cervello quando ascoltiamo una musica, ma nessuna risonanza magnetica potrà dirci perché proprio quella musica, in quel preciso momento della nostra vita, ci ha fatto piangere. Possiamo studiare la sofferenza psicologica, individuarne i fattori di rischio e costruire strumenti per affrontarla, ma rimane una domanda che appartiene a un altro livello: per che cosa vale la pena vivere?
Non è una domanda religiosa. È una domanda umana. E forse è proprio qui che possiamo tornare a parlare di spiritualità.
Non necessariamente di Dio, di fede o di appartenenza religiosa. Ma di una dimensione dell’esistenza che riguarda il senso, i valori, la coscienza, la profondità, la meraviglia, il rapporto con qualcosa che percepiamo come più grande di noi.
Quando tutto deve essere spiegato
Il problema non è la razionalità. Sarebbe assurdo contrapporre scienza e spiritualità come se dovessimo scegliere tra loro. La scienza è una delle più grandi conquiste dell’umanità e ci permette di correggere continuamente i nostri errori, verificare le nostre ipotesi e comprendere fenomeni che un tempo erano avvolti dal mistero.
Il rischio nasce quando trasformiamo un modo di conoscere in un modo di essere.
Quando ciò che non può essere misurato viene considerato automaticamente meno reale. Quando una domanda viene ritenuta importante soltanto se può produrre una risposta verificabile. Quando l’essere umano viene progressivamente ridotto ai suoi processi biologici, cognitivi e comportamentali.
Abbiamo sviluppato strumenti straordinari per capire come funzioniamo. Ma il “come” non risponde sempre al “perché”.
Possiamo sapere come nasce una determinata emozione e continuare a domandarci quale significato abbia per noi. Possiamo sapere quali fattori favoriscono il benessere psicologico e continuare a chiederci che cosa renda una vita significativa. Possiamo imparare a gestire l’ansia, migliorare le relazioni, aumentare la nostra consapevolezza e diventare più efficienti. E tuttavia, una persona può raggiungere molti di questi obiettivi e sentirsi ancora profondamente vuota.
È forse uno dei paradossi del nostro tempo: abbiamo imparato a prenderci cura sempre meglio del funzionamento della persona, ma non sempre sappiamo cosa fare quando la persona si chiede quale sia il senso di ciò che sta facendo.
Anche la psicologia contemporanea, però, sembra avere progressivamente recuperato questo interrogativo. Il tema del significato della vita, dei valori, della spiritualità e della trascendenza è tornato a essere oggetto di ricerca e di riflessione.
Quando anche la felicità diventa qualcosa da ottimizzare
C’è poi un altro aspetto tipicamente contemporaneo. Non ci limitiamo più a vivere: cerchiamo continuamente di ottimizzarci.
Ottimizziamo il sonno, l’alimentazione, il corpo, la produttività, la carriera, le relazioni. Cerchiamo il metodo migliore per essere più concentrati, più tranquilli, più sicuri, più performanti. Anche la felicità rischia di diventare un obiettivo da raggiungere attraverso una serie di tecniche.
E quando qualcosa non funziona, spesso la domanda diventa: che cosa devo fare per stare meglio? È una domanda legittima. Ma forse non è sufficiente.
Potremmo aggiungerne un’altra: Per che cosa voglio stare meglio? La differenza sembra piccola, ma cambia completamente la prospettiva.
È qui che la dimensione spirituale torna a essere interessante. Perché spiritualità può significare anche domandarsi che cosa abbia valore. Non soltanto che cosa desideriamo, ma che cosa riteniamo degno di essere desiderato, o che cosa ci fa sentire vivi.
Viktor Frankl, psichiatra e fondatore della logoterapia, ha costruito gran parte della sua riflessione proprio intorno alla ricerca di significato. L’essere umano, secondo Frankl, non è motivato soltanto dal piacere o dal bisogno di evitare il dolore: ha anche bisogno di trovare un significato per la propria esistenza.
Il cinismo come difesa
C’è qualcosa che rende difficile parlare seriamente di spiritualità oggi: il cinismo.
Non il cinismo inteso semplicemente come atteggiamento sarcastico o pessimista. Ma quella forma più sottile di disincanto che ci porta a non prendere troppo sul serio niente.
Credere è ingenuo. Sperare è da illusi. Parlare di anima è antiquato. Cercare un senso è quasi imbarazzante. Dire che una persona può cambiare viene spesso accolto con un sorriso scettico.
Il cinismo, in fondo, può essere una forma di protezione: se non credo in nulla, niente può deludermi davvero. Se non spero, non posso essere deluso. Ma una vita completamente protetta dalla delusione rischia di diventare anche una vita protetta dalla possibilità di essere profondamente coinvolti.
Per amare dobbiamo poter essere feriti. Per sperare dobbiamo accettare la possibilità della delusione. Per credere in qualcosa dobbiamo tollerare di non avere garanzie assolute.
Forse abbiamo confuso il disincanto con la maturità. Essere adulti non significa necessariamente smettere di credere. Ma può significare imparare a credere senza avere bisogno di certezze assolute. La spiritualità, allora, potrebbe essere anche una risposta al cinismo: non perché ci chieda di credere a qualcosa acriticamente, ma perché ci invita a mantenere aperta la possibilità che la realtà sia più profonda di ciò che riusciamo immediatamente a vedere.
Una spiritualità senza religione?
Ma di quale spiritualità stiamo parlando? Perché se spiritualità significa soltanto aderire a una religione, il discorso si restringe immediatamente. Ma esiste anche una spiritualità non necessariamente religiosa.
Una persona può non credere in Dio e vivere un profondo senso di connessione con la natura. Può non appartenere a nessuna confessione e trovare nel silenzio, nell’arte, nella meditazione o nella relazione con gli altri un’esperienza di profondità. Può non avere risposte sull’aldilà e tuttavia interrogarsi seriamente sul significato della propria vita.
In questo senso, spiritualità potrebbe significare la capacità di percepire che la nostra esistenza non si esaurisce nella sua dimensione funzionale. È la parte di noi che si meraviglia. Che contempla. Che sente gratitudine. Che riconosce qualcosa come prezioso anche quando non produce alcun vantaggio.
Forse abbiamo bisogno di una dimensione spirituale non perché dobbiamo tornare a credere come si credeva un tempo, ma per recuperare uno spazio per il silenzio, la meraviglia, il senso e l’interiorità.
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