C’è un momento, spesso proprio nel cuore di una crisi, in cui ci accorgiamo che alcuni dei nostri comportamenti, delle nostre paure o delle nostre scelte non sembrano appartenerci del tutto.
È come se seguissimo un copione scritto da altri, molto prima che noi arrivassimo sulla scena. Questa intuizione, che per lungo tempo è rimasta patrimonio di approcci clinici di confine, oggi trova conferme sempre più solide anche nella ricerca scientifica: la nostra storia familiare non è solo un racconto, è un’eredità viva che possiamo imparare a riconoscere e, soprattutto, a trasformare. La psicogenealogia parte da un’osservazione semplice: eventi, traumi e schemi emotivi vissuti da una generazione tendono a ripresentarsi, in forme diverse, nelle generazioni successive.
Non si tratta di determinismo, ma di ripetizione inconscia: qualcosa che è rimasto senza parole, senza ascolto, senza elaborazione, cerca comunque una via per emergere.
Anne Ancelin Schützenberger, pioniera di questo approccio, lo chiamava “sindrome degli antenati”: legami nascosti nell’albero genealogico che continuano a orientare le nostre scelte anche a nostra insaputa. Uno degli strumenti principali di questo lavoro è il genogramma, una mappa che va oltre il semplice albero genealogico: include dettagli come conflitti, alleanze, segreti e ripetizioni transgenerazionali, e la sua costruzione richiede un lavoro approfondito di raccolta e analisi delle relazioni emotive tra le generazioni. Non è un esercizio archivistico: è un modo per rendere visibile ciò che finora agiva nell’ombra, e proprio per questo può diventare il primo passo verso un cambiamento reale.
Eric Berne e il copione di vita
Il termine “copione” non è solo una metafora suggestiva: è anche un concetto clinico preciso, elaborato da Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, a partire dagli anni Sessanta. Berne osservava che, fin dall’infanzia, ciascuno di noi costruisce inconsapevolmente un vero e proprio “script di vita”: un piano esistenziale plasmato dai messaggi ricevuti dai genitori e dal contesto familiare, che tende poi a guidare (spesso senza che ce ne accorgiamo) le decisioni più importanti della nostra esistenza: che relazioni cerchiamo, che lavoro scegliamo, persino come pensiamo che la nostra storia “debba” finire.
Il copione berniano dialoga in modo naturale con la prospettiva psicogenealogica: se la psicogenealogia guarda alla trasmissione attraverso le generazioni, l’Analisi Transazionale si concentra su come quella trasmissione si sia cristallizzata in decisioni precoci, prese da bambini con gli strumenti limitati che un bambino ha a disposizione.
La buona notizia, per Berne, era che un copione, proprio perché è stato scritto, può anche essere riscritto: il lavoro terapeutico consiste spesso nell’aiutare la persona a riconoscere le “decisioni di copione” prese nell’infanzia e a sostituirle con scelte autonome, prese qui e ora, da adulti. È lo stesso movimento di fondo che ritroviamo nella psicogenealogia e nella Psicosintesi: portare alla luce un automatismo per restituirgli la natura di scelta.
Quello che dice la ricerca recente
Per molto tempo queste intuizioni cliniche sono rimaste difficili da verificare empiricamente. Negli ultimi anni, però, l’epigenetica ha iniziato a offrire un terreno di dialogo concreto tra psicoterapia e neuroscienze. Una rassegna recente pubblicata dalla Società Psicoanalitica Italiana raccoglie diversi studi che vanno in questa direzione: ricerche del 2024 e del 2025 hanno indagato la regolazione epigenetica in ambito psicosomatico e psicoterapeutico, così come le firme epigenetiche legate all’esposizione intergenerazionale alla violenza, osservate su tre generazioni di rifugiati siriani.
Sono dati che vanno maneggiati con cautela (l’epigenetica non “spiega” la psiche, e i meccanismi biologici non sostituiscono il lavoro simbolico e relazionale) ma che offrono un tassello in più: la memoria familiare non è solo una metafora, lascia tracce misurabili nel corpo e, potenzialmente, nelle generazioni che vengono dopo di noi.
È una notizia, in fondo, positiva, forse la più positiva di tutte quelle che la ricerca ci può offrire su questo tema. Se qualcosa può essere trasmesso, qualcosa può anche essere rielaborato. La reversibilità è una delle caratteristiche stesse dei meccanismi epigenetici: non siamo scolpiti nella pietra, siamo in continua riscrittura, e questo vale sia a livello biologico sia, e soprattutto, a livello psicologico ed esistenziale.
Sapere questo cambia lo sguardo con cui ci accostiamo alla nostra storia: non più un destino da subire, ma un materiale vivo su cui possiamo lavorare, con pazienza e cura.
Riscrivere, non cancellare
Il punto più importante, e forse il più liberatorio, è questo: riscrivere il copione di famiglia non significa rinnegare le proprie origini. Non è un atto di rottura, ma di trasformazione. Significa onorare ciò che è stato: le fatiche, le risorse, le strategie di sopravvivenza dei nostri antenati, riconoscendo però che ciò che a loro serviva per attraversare la propria epoca potrebbe non essere più necessario oggi, per noi.
Immaginiamo una donna che fatica a chiedere aiuto, a delegare, a fidarsi degli altri. Scavando nella sua storia familiare scopre che sua nonna, rimasta sola a crescere quattro figli in un periodo di grande difficoltà economica, aveva imparato che “contare solo su di sé” era l’unico modo per sopravvivere. Quella strategia, per la nonna, è stata preziosa, forse addirittura salvifica. Per la nipote, oggi, in un contesto di vita completamente diverso, può invece diventare un limite silenzioso. Vedere questa continuità (e insieme questa differenza di contesto) apre uno spazio di scelta che prima non esisteva. Non è più “sono fatta così”, una frase che chiude ogni possibilità, ma “ho ereditato una strategia che posso onorare e, allo stesso tempo, aggiornare alle mie esigenze attuali”. È in questo passaggio, apparentemente piccolo, che si gioca gran parte della libertà psicologica a cui possiamo aspirare.
Alcuni passi concreti
Per chi desidera iniziare a esplorare concretamente questo territorio, alcuni passi possono essere utili come punto di partenza: costruire una mappa, anche semplice, della propria storia familiare; osservare le “coincidenze” che notiamo — età di matrimonio, professioni, malattie, separazioni che si ripetono — senza giudicarle, ma con curiosità; dare voce alle parti in conflitto attraverso la scrittura, il dialogo interiore o un lavoro guidato, chiedendosi da dove abbiano imparato un certo modo di reagire; distinguere lealtà da destino, ricordando che si può onorare un’eredità anche scegliendo un percorso diverso da quello tracciato; e infine, quando il materiale emotivo che emerge è intenso, farsi accompagnare da un professionista, perché un lavoro di questo tipo è spesso più sicuro ed efficace se sostenuto da una guida esperta capace di reggere ciò che affiora.
Bibliografia essenziale
- Berne, E. (1972). What Do You Say After You Say Hello? The Psychology of Human Destiny (trad. it. Ciao… e poi? La psicologia del destino umano). Milano: Bompiani.
- Schützenberger, A. A. (2011). Psicogenealogia. Guarire le ferite familiari e ritrovare se stessi. Roma: Di Renzo Editore.
- Schützenberger, A. A. (2019). La sindrome degli antenati. Psicoterapia transgenerazionale e i legami nascosti nell’albero genealogico. Roma: Di Renzo Editore.
- Assagioli, R. La Psicosintesi (Archivio Assagioli, Firenze) — Istituto di Psicosintesi.
- Kroflin, K., Zannas, A. S. (2024). Epigenetic Regulation in Psychosomatics and Psychotherapy. American Journal of Psychotherapy.
- Mulligan, C. J. et al. (2025). Epigenetic signatures of intergenerational exposure to violence in three generations of Syrian refugees. Scientific Reports.